Storie di migranti - Laboratorio di scrittura della classe III F

IC CAPOZZI

 

LABORATORIO DI SCRITTURA

CLASSE 3F – ANNO SCOLASTICO 2020-21

 

“DICIANNOVE RAGAZZI RACCONTANO I MIGRANTI”

 

I MIGRANTI

IL VIAGGIO DELLA SPERANZA RACCONTATO DALLA 3F

 

Siamo la classe terza F e il tema dei migranti ci ha appassionati sin da subito. Siamo riusciti ad immedesimarci nelle persone che devono affrontare questo lungo viaggio. Con i nostri testi vogliamo comunicare e condividere questa situazione di degrado ai nostri compagni di scuola, ovviamente non sappiamo esattamente le sensazioni che i migranti provano nel compiere questi viaggi, ma abbiamo provato a metterci nei loro panni e a capire e trascrivere le loro emozioni. Le storie sono tutte diverse, riflettono i nostri punti di vista personali ma per la prima volta ci siamo impegnati tutti a scrivere al meglio, presi dall’argomento. Pensiamo che questa situazione possa anche aiutarci a maturare e a farci aprire gli occhi su argomenti più seri e che abbiamo la fortuna di non vivere direttamente. Abbiamo scritto queste narrazioni con molta serietà e con l’intento di condividerli con gli altri e far conoscere a più persone possibili questa tematica. È partito tutto da quando la professoressa di italiano, in classe, ci ha letto un testo tratto dal libro “Noi e gli Altri” di Carlo Albarello composto da tredici racconti scritti da adolescenti, che trattano della tematica della migrazione e ci ha chiesto di comunicare le nostre sensazioni, facendoci appassionare all’argomento. Proprio per questo abbiamo deciso di condividere ciò che abbiamo scritto, fieri dei nostri testi. Noi speriamo che ciò che abbiamo realizzato vi piacerà, ognuno nel proprio racconto ha messo il cuore ed è davvero importante per tutti noi ricordare che questa situazione esiste e non bisogna ignorarla o dimenticarla.

Buona lettura

 

I ragazzi di 3F                                                                                                                                   

 

INDICE

L’IMMIGRAZIONE

MIGUEL: IL BAMBINO CHE SOGNAVA VIVERE NELLA PACE

IL VIAGGIO DI KARIM

IL VIAGGIO CHE MI RESE RESILIENTE

IL MIO PICCOLO GRANDE VIAGGIO

IL VIAGGIO DI AMIR

IL BAMBINO FORTUNATO

IL VIAGGIO DI ABDUL

VIAGGIO VERSO IL PARADISO

IL VIAGGIO DI ENDOU E I SUOI AMICI

IL VIAGGIO DELLA SPERANZA

IL DESIDERIO DI UNA VITA MIGLIORE

TIMMY E L’IMMIGRAZIONE

LA VITA DI KALIFAH

ONDATE DI PAURA

VIAGGIO PER ROMA

LA RINASCITA DI AISHA

IL VIAGGIO INASPETTATO

IL VIAGGIO DI ESMERALDA

 

 

 

 

L’immigrazione

Davide

 

Una mattina mia mamma venne a prendermi al letto di corsa per dirmi che stava arrivando qualcuno, mi mise i vestiti e corremmo per raggiungere la barca. 

Appena arrivati vidi tantissima gente in una barca e anche in altre barche molto piccole. 

Aspettammo un’ora prima di partire per non so dove ma mi disse che saremmo andati in un posto senza guerra, ad un certo punto vidi dietro di me papà che correva in una barca e parti subito. 

Passarono i giorni e molte barche andavano molto veloci fino a riva che non le vedevo quasi più compresa quella di mio padre che era arrivato prima di noi e non ero felice perché volevo arrivare io prima di lui.

Passarono le settimane e molte persone non le vedevo più e c'era anche una puzza terribile che molti non riuscivano a sopportarla e quindi si buttavano in acqua ma non credo che sarebbero arrivati prima loro perché mia mamma mi dice sempre che io sono il più veloce al mondo. In questi ultimi giorni non la vedo più, forse voleva andare a nuoto ed è andata da papà e lei non mi ha portato, ma prima del viaggio mi ha dato una strana maglietta arancione gonfia con dell'aria ma non so a cosa serve. Sta accadendo qualcosa, molte persone si stanno muovendo perché c’è una nave che sta venendo qui ma la barca si stava riprendendo di acqua e molta gente nuota verso la nave ma molti non so dove sono finiti ma credo che hanno visto un'altra barca e sono corsi la. 

 

 

MIGUEL: IL BAMBINO CHE SOGNAVA

VIVERE NELLA PACE

Nicolò B.

 

Ormai è da quasi un mese che stiamo viaggiando, vediamo il mare e dei gommoni pronti ad aspettarci.

Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui papà mi venne a svegliare dicendomi che stavamo per partire per andare in un posto magnifico dove regnava la pace e non c’erano guerre. Per me era impossibile pensare ad un paese senza guerre dove tutti erano uguali.

Io ero contentissimo e non vedevo l’ora di arrivare in questo paese. Lo raccontai ai miei amici che però non mi credettero perché anche per loro era impensabile un posto del genere.

Allora la mattina dopo partimmo mio papà, mia mamma e i miei due fratelli ed io. Partimmo dal Senegal, dove vivevamo, attraversammo savane, deserti, villaggi. Dopo un po’ di giorni arrivarono degli uomini che proposero a me e alla mia famiglia di farci da guida in cambio di soldi, molti soldi!

Ogni giorno che passava, ero sempre più stanco ma andavo avanti, perché sapevo che se fossi arrivato alla meta la mia vita avrebbe preso una svolta inaspettata.

Dopo due settimane di cammino mio fratello maggiore si accasciò a terra, era sfinito e sembrava malato. Mamma provò a soccorrerlo, ma le nostre guide dissero che dovevamo abbandonarlo se volevamo continuare il nostro viaggio insieme a loro. La mamma scoppiò in lacrime e abbracciò mio fratello ormai in fin di vita, più forte che poteva, mentre il papà provava a consolarla senza molto successo.

Dopo molte discussioni decidemmo di andare avanti; lo salutammo un’ultima volta, ci voltammo e continuammo il nostro viaggio.

Sentivo che eravamo quasi arrivati, ma sentivo anche che forse non ce l’avrei fatta. Non mangiavo molto, ero diventato molto magro e a stento riuscivo a stare in piedi, però pensavo anche che lo avrei dovuto fare per mio fratello così da renderlo orgoglioso di me.

Quindi eccoci qui, ci stiamo avvicinando a quello che sembrerebbe un porticciolo pieno di barconi. Ci stanno chiamando per farci salire sull’imbarcazione, dicono che andrà tutto bene e che non c’è da preoccuparsi.

Accendiamo il motore e partiamo. Guardandomi intorno, mi rendo conto che forse siamo un po’ troppi per un solo barcone, ma se ci hanno organizzato così vuol dire che sarà giusto e che è solo una mia impressione, effettivamente però si sta un po’ stretti.

Fa molto caldo e molta gente non sta tanto bene, infatti, c’è chi sviene chi vomita. Mi sta venendo un po’ di mal di mare e mi verrebbe da vomitare, ma provo a trattenermi per non farlo addosso agli altri visto che non ci si può neanche muovere.

Si sente gente che urla, bambini, ma anche adulti che piangono, qualcuno che si lamenta di continuo. Papà, mamma, il mio fratellino ed io stiamo sempre vicini e cerchiamo di non pensare a ciò che succede attorno a noi raccontandoci qualche favola.

In lontananza riusciamo a scrutare la terraferma, ma è ancora molto lontana.

Che succede? Tutti si stanno agitando, gridano, saltano e indicano qualcosa. È una nave! Sta venendo a prenderci. Il barcone però sembra affondare, le grida di gioia si stanno trasformando lentamente in grida di terrore. Le persone si tuffano disperatamente in mare sperando di raggiungere la nave a nuoto. Ho perso di vista la mamma e mio fratello, c’è solo papà che mi tiene stretto a lui.

Ci stanno lanciando dei salvagente. Io e papà ci tuffiamo insieme, non sappiamo nuotare ma proveremo comunque.

Saltiamo. C’è un salvagente non troppo distante da noi, possiamo arrivarci. Dai ce la possiamo fare … Ci siamo quasi …

La barca dove viaggiavano Miguel, la sua famiglia ed altre 100 persone dirette verso l’Italia fu ritrovata sul fondo del Mediterraneo e si contarono più di 80 tra morti e feriti tra cui lui e la sua famiglia.

 

 

IL VIAGGIO DI KARIM

Cristian C.

 

Karim aveva 16 anni quando lasciò il suo villaggio in Tunisia. I suoi genitori erano poveri e con molti figli da sfamare e quando Karim disse loro che voleva andare via per cercare una vita migliore in Italia, i genitori non gli risposero di no, anzi cercarono di aiutarlo dandogli tutti i pochi soldi che avevano.

Karim non sapeva esattamente cosa lo aspettasse, aveva sentito racconti tremendi di migranti che avevano affrontato il viaggio in mare e si erano salvati, ma dentro di lui aveva molta paura perché non sapeva nuotare e il mare gli appariva immenso e pieno di pericoli.

Quella mattina Karim salutò suo padre e i suoi fratelli, la madre piangendo gli diede un grande abbraccio e gli mise in mano una busta della spesa con dentro qualcosa da mangiare, una felpa per proteggersi dal freddo e i soldi che gli sarebbero serviti per il viaggio.

Karim salutò tutti con un bel sorriso e andò via senza girarsi perché anche lui stava piangendo e si vergognava di farsi vedere così triste.

Il viaggio fu molto lungo e Karim riuscì a trovare un passaggio su un camion e poi continuò a piedi, finalmente di notte raggiunse la spiaggia e il mare, dove avrebbe incontrato i “trafficanti di uomini” che lo avrebbero fatto salire su una barca.

Mohamed era uno di loro, era già sul posto, vicino a lui c’erano altri uomini adulti e ragazzi, e anche delle donne con i bambini piccoli. Karim si avvicinò a Mohamed e gli consegnò il denaro e lui, senza dire una parola, lo fece salire sulla barca insieme alle altre persone.

Iniziò il suo viaggio, la barca era un vecchio rottame tutto scrostato ci sarebbero potute entrare trenta persone e invece ne salirono più di cento, Karim era arrabbiato e impaurito, aveva pagato molti soldi e adesso su quella barca rischiava la vita, insieme ad altri poveracci come lui che cercavano un futuro migliore .

Sulla barca si ritrovò seduto vicino a Sami, un ragazzo della sua età, si erano messi a parlare per farsi coraggio e Sami gli aveva raccontato che era partito per raggiungere i suoi fratelli che erano in Italia da qualche anno. Karim pensò che era fortunato ad avere dei fratelli in Italia, lui era solo e non poteva contare su nessuno.

La barca navigò per ore e ore, di notte era buio pesto e non si vedeva niente, nessuno parlava c’era solo tanto silenzio e le facce stanche dei migranti erano tristi e spaventate, solo i bambini piccoli piangevano forse perché avevano fame.

Ad un certo punto il motore della barca, per la quarta volta si fermò e nessuno riuscì a ripararlo, le persone cominciarono ad agitarsi ad urlare, a litigare a piangere, lontanissime si vedevano le luci di Lampedusa, la barca cominciò ad affondare.

Karim era atterrito cercò di rimanere in equilibrio sulla barca ma questa piano piano colava a picco, Samir cercò di aiutarlo, sapeva che Karim non era capace di nuotare e gli tirò un pezzo di legno che galleggiava, intorno a lui la gente cadeva in acqua e si agitava cercando di trovare qualcosa per aggrapparsi, Mohamed, il trafficante di uomini, era riuscito a mandare un messaggio di aiuto alla Guardia Costiera prima di affondare.

Karim e Samir si sono salvati, sono stati accolti in un centro di accoglienza a Lampedusa, sono diventati amici.

Karim sente dentro di sè che sta per iniziare una nuova vita il viaggio sul barcone è stato duro, ma è riuscito a superarlo, è vivo ed è felice ma ora che cosa lo aspetta? Si trova in un paese che non conosce, gli manca la sua famiglia e i suoi amici, e spera di trovare delle persone buone che possano aiutarlo, sa che non sarà facile, ma deve pensare in maniera positiva, dentro di sè le emozioni sono tante, felicità, paura, stanchezza così vicino a Samir  finisce per addormentarsi . Sogna di trovarsi in un posto bello senza pericoli, dove le persone gli parlano e gli dicono con voce bassa “andrà tutto bene”, sente che la sua famiglia gli è vicina e lui si sente protetto, sicuro e fiero di se stesso .

 

 

IL VIAGGIO CHE MI RESE RESILIENTE

Lukman

Sono Aisha e oggi vi racconterò la mia storia e di come sono arrivata qui a Lampedusa. Io e la mia famiglia siamo di origini siriane, vicino a Damasco.

Mia madre e mio padre un giorno ci dissero che avremmo dovuto lasciare la nostra casa per andare in una più sicura. Questo voleva dire che avrei dovuto lasciare la mia città, il mio parchetto preferito e i miei tre amici preferiti. Preparammo, allora, le nostre cose e le mettemmo in una valigia abbastanza capiente, e andammo via in fretta e furia. Ci dirigemmo verso il mare, e, avendo io cinque anni, non capivo veramente il perchè, d'altronde come i miei due fratelli minori. Ad un certo punto, prima di imbarcarci, un signore ci venne a chiedere una somma di denaro per farci entrare in questo barcone pieno di gente, puzzolente e un po' precario; salimmo e prendemmo il nostro spazio per posare anche la valigia.

Il viaggio fu veramente brutto e durò giorni. Il giorno più sopportabile fu il primo, c’era abbastanza cibo e le condizioni erano buone, però a mano a mano che si andava avanti nei giorni le condizioni diventavano sempre più critiche e la gente continuava ad aumentare. Dopo un po' di giorni cambiammo barcone e ci chiesero altri soldi ma, siccome non disponevamo di quella somma, buttarono improvvisamente mio fratello in mare che affogò perché non sapeva nuotare e noi ci disperammo tantissimo. Eravamo a pezzi, arrabbiati, e volevamo picchiare con tutta la forza che avevamo, picchiare quel signore che aveva fatto una cosa così spregevole, solo per soldi. Il giorno seguente fu ancora più brutto: il cibo scarseggiava e le porzioni diminuivano, quindi la mamma decise di non mangiare e così successe per altri due giorni. Al terzo giorno senza mangiare lamentava dolori fortissimi, finchè improvvisamente morì. Appena accaduto chiesi a mio padre cosa fosse successo alla mamma perché non capivo, e mio padre mi rispose dicendo che aveva finalmente ricevuto le sue ali per andare via da questo mondo e che un giorno sarei stata degna pure io di riceverle. 

Io, mio padre e mio fratello pensammo più volte durante il resto del viaggio al suicidio come unica via d’uscita, ma non lo facemmo perché la mamma sicuramente non avrebbe voluto. Finalmente arrivammo a Lampedusa. Però alcune persone non ci volevano far scendere e nemmeno approdare; io non capivo il perché, d'altronde eravamo innocui nonostante dicessero il contrario, avevamo soltanto bisogno di una mano, ma loro sembravano molto ostili. Ma dopo un giorno fermi finalmente ci fecero scendere, non tutti ma solo metà barcone, mentre l’altra metà fu costretta a tornare indietro. Vedevo le loro facce disperate ma non capivo il perché, visto che loro sarebbero potuti ritornare a casa loro e noi no. A Lampedusa non conoscevamo nessuno, avevamo difficoltà a farci capire, e tutti ci guardavano male all’inizio, ma con il tempo ci feci l’abitudine. Ancora oggi le persone che incontriamo e che non ci conoscono ci guardano male, pensano cose di noi che, però, quando magari ci conosciamo meglio, non pensano più.

Un giorno papà ci portò a fare una merenda fuori per festeggiare il suo nuovo lavoro, e con il lavoro pure la carta di identità: eravamo finalmente degli italiani. A scrivere queste parole oggi mi sento molto soddisfatta, perchè sono sopravvissuta ad un’esperienza veramente terribile e perché almeno mia madre e mio fratello verranno ricordati. Questa esperienza mi ha fortificato molto. Ho deciso che nella vita devo dare sempre il meglio, devo essere orgogliosa delle mie origini, della mia famiglia e del coraggio che abbiamo avuto nell’ affrontare tutto questo per una vita migliore e per proteggerci. Nei momenti di difficoltà che ancora ci sono in Italia (anche se abbiamo avuto la cittadinanza italiana) mi torna sempre in mente la mamma e il grande sacrificio che ha fatto per noi. Non posso deluderla e devo renderla fiera, ovunque sia, di noi e del suo sacrificio. Ogni anno io, mio padre e mio fratello andiamo insieme a fare una gita in barca per ricordare quello che è successo e quello che succede tutt’ora dappertutto nel nostro amato e odiato Mar Mediterraneo. Di solito in questa giornata non si parla molto, e si piange. E’ il nostro momento speciale anche se triste, ma poi riprendiamo con forza la nostra vita di tutti i giorni.

 

 

IL MIO PICCOLO GRANDE VIAGGIO

Sofia D’A.

 

Sono le 4.30 del mattino, sono mezza addormentata con gli occhi socchiusi, “dove sono” penso tra me e me, poi purtroppo ricordo …

una nave stracolma di persone. Non mi sono neanche accorta che mia mamma mentre dormivo mi ha infilato un salvagente.

Chissà perchè… Cerco di riaddormentarmi ma nulla, troppo rumore, troppe lamentele e troppe grida. Ci sono due bambini di fronte a me, sono magrissimi, gli si vedono le costole, non hanno da mangiare e la mamma è disperata per questo, prendo del pane dalla scatola del cibo che dividiamo io i miei genitori e mio fratello che abbiamo nascosto con cura sotto agli oggetti che ci siamo portati da casa, vado vicino a loro, lo do alla mamma e scoppia in lacrime, per non soffrire non li guardo e torno vicino i miei genitori. Passano altri giorni, un caldo assurdo, un pò di persone non ci sono più, chissà, se la faranno a nuoto. Mamma mi sveglia di soprassalto urlando che siamo quasi arrivati ma arrivati dove esattamente?  Lo chiederò dopo a papà. Mi rimboccano bene con oggetti per galleggiare come: due ciambelle, dei braccioli ed altri oggetti, io sono grande per i braccioli! E pensare che anche i miei genitori hanno due ciambelle in vita! Le persone rimaste sulla barca gridano dicendo: “Siamo arrivati”, saltando tutti giù dalla barca con un salto, mi spingono. Sento tutto fresco, che bella sensazione, dopo tutto quel sudore ci voleva un bagno, ma non erano tutti felici come me… tengo la mia felicità dentro di me perché sembro inadatta. è troppo faticoso, mi manca il fiato, mio fratello più piccolo dalla fatica sviene, i miei genitori lo portano sulla schiena per un bel tratto di mare. Quei due bambini così mingherlini sono tutti e due sulla schiena della madre. Vedo terra, sono vicina. Finalmente tocco terra sono salva!  Cerco la mia famiglia, vedo mio padre stremato con mio fratello sulle spalle, mia madre non la vedo, c’è talmente tanta gente in mare che sarà sicuramente lì da qualche parte, molte persone toccano terra ma, dopo aver trascorso mezz’ora, nessuna traccia. Vediamo in lontananza qualcosa di arancione fluorescente, sembra proprio uno di quei salvagenti che ci hanno messo. Mio padre con gli occhi lucidi fa una telefonata, ci dice di rimanere immobili. Papà va con un signore in motoscafo fino a quella cosa arancione e la imbarcano. Tornano a riva ed urlando disperato mio padre ordina di chiamare un’ambulanza. L’ambulanza non tarda, anzi, arriva molto velocemente. So che papà ci ha ordinato di rimanere immobili, ma la curiosità mi assale e vado con mio fratello vicino a papà, le prime persone che riesco a vedere sono quei bambini che avevo di fronte nel balcone e la loro madre, ma poi un tonfo al cuore, mia mamma stesa terra priva di sensi. Dei signori con una divisa rossa le attaccano una bombola d’ossigeno e le fanno il massaggio cardiaco. Apre gli occhi di scatto sputando acqua. I bambini distesi e la madre nulla… I medici fanno cenno di no con la testa. Quel no penso significhi una cosa veramente brutta, sono andati in cielo… Riesco sempre a trovare il lato positivo, a mio fratello dico: “Almeno si ritroveranno lassù tutti insieme”. Mia mamma si risveglia e dopo una settimana di ospedale la dimettono. Ed ora? Dove siamo? Cosa faremo? Le uniche informazioni che riesco a tirar fuori sono: siamo in Sicilia, abbiamo una cosa qui e vivremo qui. I mesi passano la nuova casa è molto bella ma a scuola non mi sono ancora ambientata benissimo, il motivo è semplice, i miei compagni mi fanno sempre domande su come sono arrivata in Italia, ma non sanno che ho visto morire gente di fame, che ho visto in faccia la morte e stavo per perdere mia madre.

 

 

IL VIAGGIO DI AMIR

Sofia D.C.

“Amir svegliati!” Era la voce della mamma, capitavano dei giorni in cui mi svegliava di notte per via dei continui scoppi e bombardamenti a cui ormai ero abituato, ma ora era diversa, sembrava quasi allegra. Mi lanciò con fare frettoloso una borsa e mi disse di metterci dentro tutte le mie cose che riuscissi a raccogliere. Gli altri ragazzi del tendone mi guardavano come se fossi un extra-terrestre, erano tutti dentro i loro letti io invece ero sveglio nel bel mezzo della notte, non era giusto. Nasha, la mia sorellina più piccola, ancora fa fatica a camminare, quindi la presi in braccio e uscimmo svelti dal tendone. Fuori c’era un mucchio di gente in fila davanti ad un furgone, lì nella fila individuai Ayo, il mio compagno di giochi preferito. Provai a correre verso di lui ma la mamma mi strattonò per la maglietta dicendomi che stavamo per partire per un posto bellissimo e solo chi era educato e rispettoso poteva raggiungerlo. Così in silenzio ci mettemmo in fila e aspettammo forse due ore o forse cinque minuti, so solo che appena arrivammo davanti allo sportellone del camion avvertì un brivido. Non mi piacquero gli uomini che mi ritrovai davanti, non riuscivo a vederli bene perché era ancora a buio, vidi solo la mamma che gli dava ben duemila Rand, non sapevo come se li fosse procurati, ma se l’avessi saputo prima mi sarei fatto comprare una bella palla di cuoio. Ci presero con forza e mi separarono dalla mamma e da Nasha, la mamma provò a tenermi a sé ma ormai mi avevano caricato su un altro camion, non capivo perché la mamma si lamentasse, stavamo andando nel posto più bello del mondo e ci stavamo andando insieme. Il viaggio sul furgone durò forse tre o quattro giorni, non so dirlo bene perché il furgone era buio e non passava neanche un filo di luce. Soffrivo la fame e la sete, mi davano un misero pasto al giorno e al centro c’era un barile colmo d’acqua potabile, che però dopo la metà del secondo era già finita. Ad un tratto il veicolo si fermò e ci fecero scendere tutti, rividi finalmente la mamma che mi corse incontro abbracciandomi, Nasha caricata dietro la sua schiena. Mi prese per mano e mi promise che non mi avrebbe mai più lasciato solo ed io ero felice. Fecero salire tutti su un barcone, troppo piccolo per trasportare tutti. Eravamo ammassati, sentivo solo urla e lamenti e non potevo fare altro che rintanarmi tra le braccia della mamma. I giorni trascorrevano e cominciammo ad essere sempre meno, beati quelli che erano riusciti a farsi un bagno, io stavo morendo dal caldo! Ayo in questi giorni mi tenne molta compagnia, era più grande di me di tre anni ma sapeva tantissime cose. Mi raccontava anche del suo babbo che è andato in guerra ma ora dice che è in un posto migliore, spero un giorno di poterlo conoscere ed andarlo a trovare perché sembra davvero forte! Gli ultimi giorni di viaggio faceva davvero caldo, dormivamo tutti ma io proprio non riuscivo a prendere sonno. Uno dei capi del barcone se ne accorse e mi disse di alzarmi e fare piano, altrimenti sarebbero voluti venire tutti con noi. Mi sorrise e mi sembrò davvero gentile, mi consigliò di immergere la testa nell’acqua per rinfrescarmi. La ringraziai e mi avvicinai al bordo, mi misi in ginocchio trattenendo il respiro e abbassai la testa, ci voleva proprio. Feci per salire ma avevo la testa bloccata, qualcuno me la stava trattenendo di proposito. Sentì voci urlare, erano quelle dei capi, mi stavano buttando in mare. Non avevo più aria nei polmoni e caddi in mare. Scendevo piano piano sempre più giù, non vedevo più la luce del sole e ormai il mio corpo era solo un peso senza anima che scendeva sul fondale.

 

 

IL BAMBINO FORTUNATO

Alessandro

 

Mia madre mi disse che dovevamo andare via da casa nostra. All’inizio non ero contento di andare via perché non capivo quello che ci stava succedendo, ma poi mia madre mi convinse. Dei soldati ci fecero salire su una barca, ma era molto scomoda perché eravamo in tantissimi. Molte persone piangevano, mentre mia madre non diceva niente. Avevo sia fame che sete, peccato che l’acqua su cui stavamo navigando non si poteva bere. Poi mi venne sonno e mi addormentai. Sognai di stare a casa con mamma a magiare molte cose e bere tanto! Il sogno più bello che abbia mai fatto. Quando mi svegliai, però, eravamo in molti di meno sulla barca, ma eravamo quasi arrivati. Poi ogni ora che passava le persone diminuivano, ad un certo punto vidi mia madre piangere e consegnarmi ai soldati, poi non la vidi più. I soldati si presero cura di me.

 

 

IL VIAGGIO DI ABDUL

Jacklyn

Era un giorno come gli altri, Abdul si svegliò con la mamma che gli diceva di alzarsi. Era mattina presto e la mamma lo portò fino a un ponte e proprio davanti a questo ponte c’era una barca. La barca era già molto piena, c’erano più di cento persone, però la mamma riuscì a mettere lei e Abdul nella barca. Era ancora mattina presto e Abdul non riusciva a dormire sia per colpa della sete sia per colpa delle persone nella barca che non stavano mai zitte. Passarono un po' di giorni e Abdul notò che la gente sulla nave continuava a diminuire, soprattutto bambini e anziani. Abdul non sapeva neanche quanto tempo fosse passato, però notò che la mamma si era mesa a piangere. Lui non capiva il perché e quale fosse la causa della sua tristezza, quello che Abdul non sapeva era che le persone a capo della barca l’avevano minacciata. La mamma tornò accanto ad Abdul e in lontananza si vedeva il posto in cui dovevano andare però purtroppo la barca cominciò ad affondare. Quindi la madre mise il giubbotto salvagente a suo figlio e rimasero nella barca finché i soccorsi li videro e li salvarono. Gli diedero subito una coperta, da bere e da mangiare. Li portarono in un centro immigrati, gli diedero due letti dove si addormentarono subito, visto che non dormivano su un vero letto da molto tempo. Il giorno dopo si svegliarono, andarono a fare colazione e la madre provò a imparare la lingua del posto, l’italiano. Pian piano riuscì a imparare la lingua, mentre il figliò incominciò la scuola, però, visto che si trovava in un posto dove si parlava una lingua diversa, fu costretto a fare dei corsi per imparare bene la nuova lingua. La mamma si mise alla ricerca di un lavoro e per fortuna e riuscì a essere assunta in un albergo. Finalmente trovò anche una sua casa dove andare a vivere con suo figlio. La casa era piccola ma abbastanza grande per loro due, il paese dove abitavano si chiamava Nettuno. Iniziarono a vivere una vita normale anche se a volte discriminati per il colore della loro pelle e la loro cultura.

Abdul ha dovuto sopportare le prese in giro dei compagni per l’accento che aveva quando parlava, ma era comunque molto bravo a scuola, imparava in fretta anche ad ambientarsi. All’età di ventisei anni si è sposato con Giulia, un’infermiera dell’ospedale dove lavorava come medico. Una delle prime cose che ha fatto è stata quella di comprare una casa nuova a grande a sua mamma per ringraziarla di tutto quello che aveva fatto per lui. Poi insieme hanno fatto tanti viaggi e hanno scoperto la loro voglia di vivere. Hanno avuto due figli e Abdul è diventato famoso per aver salvato con il suo lavoro tante persone.

 

 

VIAGGIO VERSO IL PARADISO

Chiara

Ho appena trovato un traghettatore disposto a portarci fino in Sicilia. Ai ragazzi non ho ancora detto nulla, volevo accertarmi che fosse tutto pronto prima di sganciare una bomba del genere su di loro. Così, all’improvviso, dovremo salire su una barca e farci traghettare clandestinamente in un altro continente. Non so come la prenderanno. Penso siano abbastanza grandi da capire, ma io non dirò niente, sperando che il loro lato spensierato e ingenuo prenda il sopravvento facendo credere loro che sia tutto un gioco. Ormai hanno sedici e tredici anni, capiranno di sicuro. Sarà un viaggio duro, staremo senza mangiare e senza bere per giorni con il Sole scottante addosso. Non voglio che loro stiano male, ma così facendo arriveremo in un posto migliore dove si vive meglio e ne sarà valsa la pena.

Appena arrivo a casa avverto i ragazzi di ciò che dovremo affrontare, una gita in barca, dico, ma è chiaro che non mi credono. Hanno capito tutto, devono aver ricostruito gli avvenimenti dei giorni precedenti. Jack mi guarda male, rivolgendo poi uno sguardo a suo fratello Ethan. A quel punto capisco che è inutile continuare a fingere e dico loro tutta la verità, tutte le difficoltà che dovremo affrontare, per prepararli, ma rassicurandoli sul fatto che poi la nostra vita migliorerà. Non sembrano molto entusiasti all’idea di compiere un viaggio del genere, ma la prospettiva del futuro fa accettare meglio tutto questo.

Sono passati due giorni da quando ho detto ai ragazzi dell’imminente viaggio. Stiamo salendo sulla barca, ci sono moltissime persone, ma lo immaginavo. Sento Ethan che mi tiene il braccio e lo sguardo di Jack che vaga su tutte le persone che stanno salendo. Hanno paura, me lo sento, e l’istinto di una madre non sbaglia mai. Ma, nonostante questo, Jack fa finta di niente, sorridendo per cercare di infondere coraggio in me e in suo fratello. Io sorrido di rimando, sapendo quanto sia stato difficile per lui compiere un gesto del genere in questa situazione. Saliamo con gli altri sulla barca, che in realtà tale non può definirsi, con i bagagli e le provviste. Dopo appena due ore siamo già sfiniti, le urla, i bambini che piangono, ma non cedo, faccio il pilastro d’appoggio per i miei figli, che vedono in me la speranza. Devo essere forte per loro, per farli stare bene e per far loro da guida, come un fuoco fatuo che li guidi durante i momenti difficili. Jack cerca in tutti i modi di non far trasparire la sua paura. Lui è sempre stato l’uomo di casa, si prendeva cura di me e di suo fratello come farebbe un padre, un uomo, per questo non vuole farsi vedere debole, non vuole cedere alla paura, sarebbe struggente.

Passano i giorni e la fame comincia a farsi sentire, soprattutto per me, che cedo il mio cibo alle mie uniche ragioni di vita, i miei figli. Sono disposta a dare la mia vita pur di salvare la loro. Ogni tanto vediamo la gente buttarsi in mare, affogandosi per non passare neanche un altro minuto su questo gommone, e sentiamo urla disperate e continue. La gente che muore a bordo viene buttata in mare. C’è una ragazza che sin dall’inizio mi ha colpita, da sola, estraniata da tutto e da tutti, è sempre stata da sola da quando siamo saliti. Mi fa un po’ pena, così decido di avvicinarmi a lei. Jack mi guarda di sottecchi e, capendo il mio intento, si irrigidisce. La ragazza mi dice di chiamarsi Joseline e da allora la prendo sotto la mia ala. All’inizio era un po’ restia, ma poi si scioglie ed entra a far parte della famiglia.

Passano altri giorni e finalmente cominciamo ad avvistare la terra. Ho tre salvagenti, preparati in precedenza per me e i ragazzi, ma decido di cedere il mio a Joseline. Lo indossano e poi ci tuffiamo in mare. Nuotiamo, nuotiamo a perdifiato verso la riva. La riva si avvicina sempre di più, finché non sento ogni forza abbandonarmi e tento con tutte le mie forze di andare avanti. Lo faccio per i miei figli e per Joseline, che vogliono che ce la faccia. Ma è troppo tardi. Mi abbandono a quelle onde che mi cullano e poi, vedo tutto buio.

 

 

IL VIAGGIO DI ENDOU E I SUOI AMICI

Jacopo

Mi chiamo Endou Mamouru e vengo dalla Marocco. Ho quasi 27 anni e sto per raccontare la mia lunghissima storia di vita. Sono nato in una cittadina vicino Marrakech da sempre lavora dell'agricoltura. Ogni giorno vedevo i miei paesani che tornavano dall'Italia diversi da prima: con vestiti nuovi e macchine belle. Un giorno mi sono chiesto perché non andare a vedere cosa succedeva? Almeno…potevo provarci. Con questo pensiero sono partito dalla Turchia in aereo, dove sono stato solo una settimana. Subito dopo sono andato in Grecia: otto mesi, otto mesi terribili cercando di attraversare la frontiera e arrivare in Italia. Non lavoravo, non avevo una casa e nemmeno un posto dove dormire, i miei giorni li passavo in montagna. La mafia greca era molto crudele. Loro ti rubavano ciò che portavi con te e ti picchiavano fino alla morte. I poliziotti se vedevano che eri uno straniero ti lasciavano per terra, se ne fregavano. La prima volta ho passato il confine sotto un camion, però mi hanno beccato e rimandato indietro. Un giorno ho visto, vicino al bar, un pullman che portava dei ragazzi in Italia. Io avevo sentito che i poliziotti greci non controllavano i pullman italiani, quindi sarebbe stato più facile “imbarcarsi su quel pullman”… Quel giorno io i miei amici eravamo vicino al mare, volevamo solo mangiare e riposare … ma non avevamo tempo per questo. Qualche volta ci capitava di stare davanti al mare e guardare, almeno lì ci sentivamo tranquilli. Il pullman stava per partire, allora abbiamo iniziato a pensare come e dove potevamo nasconderci. Nel motore vicino all'ammortizzatore c'è un buco dove possono stare tre persone ma senza muoversi. E così abbiamo fatto! Uno dopo l'altro ci siamo infilati nel buco. Il mio amico è caduto, non poteva respirare. Dopo qualche ora siamo arrivati davanti al traghetto che ci doveva portare in Italia. Tutte le persone sono scese per fare i bisogni e per entrare nel traghetto, tranne noi tre. Avevamo già fatto un patto, quello di rimanere lì fermi, zitti, sotto il fumo del motore che ti bruciava la faccia. Non potevamo né bere una goccia d'acqua né fare la pipì… nè respirare … stavamo giocando con la nostra vita, quello era il prezzo per passare la frontiera. Fortunatamente il viaggio per mare è durato nove ore e noi finalmente ci trovavamo vivi in un'altra terra, questa volta in quella italiana. Non vedevamo l'ora di scendere nel primo villaggio. Abbiamo fatto un viaggio di cinque ore prima che scendesse una ragazza. Non potevamo scendere tutti e tre allo stesso tempo. Era pericoloso, qualcuno rischiava di spaccarsi le ossa sotto il pullman. Abbiamo deciso di scendere uno alla volta. Poi ci siamo sentiti per telefono. Quando scendi non senti più le gambe, i piedi sono paralizzati, la faccia nera, non hai le forze di pensare, lamentarti, ma solo le forze per correre più veloce possibile. Ci siamo fermati per un attimo accanto ad un albero, peccato che un lungo serpente nero ha interrotto il nostro momento di riposo e ci siamo dovuti allontanare. Da lontano abbiamo visto una casa, almeno potevamo chiedere qualcosa da mangiare. Non ricordavo l'ultima volta che avevo mangiato un pezzo di pane. In quella casa abitava un carabiniere, che ci ha dato da mangiare e ci ha consigliato di andare ad abitare per il momento in una casa abbandonata. Qualche mese dopo abbiamo trovato un lavoro e siamo andati ad abitare in una casa nuova, sono passati ormai tre anni da quel viaggio e ognuno dei miei amici si è integrato molto bene in questo paese e ognuno di noi si è formato una propria famiglia e si è trovato una nuova casa.

 

 

IL VIAGGIO DELLA SPERANZA

Giulia M.

Mi chiamo Homar, ho dieci anni e sono nato in Siria; in casa siamo io, mia sorella Hanane di quattordici anni, mio fratello Karym di sei anni, mia madre Myriam e mio papà Malik. Purtroppo nel mio paese da parecchi anni c'è la guerra e la vita giornaliera della mia famiglia e degli altri abitanti è molto difficile a causa della scarsità di cibo, delle cattive condizioni igieniche e della mancanza di lavoro. Inoltre i continui scontri armati tra i soldati mettono sempre in serio pericolo la nostra vita. Il mio papà, da quando sono iniziate le ostilità, non ha più una occupazione stabile, ma deve arrangiarsi con piccoli lavoretti rimediati qua e là per poterci mantenere. Ci sono giorni in cui non abbiamo soldi per comprare nemmeno un pezzo di pane ma, nonostante ciò, la mamma non si abbatte e cerca di portare sempre in tavola qualche pietanza fatta con gli avanzi dei pasti precedenti. Anche andare a scuola è diventato complicato se non impossibile perché alcuni edifici scolastici sono in parte crollati a causa dei bombardamenti e quindi noi ragazzi frequentiamo a giorni alterni le lezioni perché le aule disponibili sono pochissime. Le nostre giornate, purtroppo, per colpa di questa maledetta guerra, sono sempre legate alla paura di essere uccisi dai militari e non riusciamo più nemmeno a giocare con i nostri coetanei, come facevamo prima dell'inizio di queste ostilità.

L'unica speranza che abbiamo per salvarci dalla guerra è emigrare in un altro paese e i miei genitori stanno cercando il modo migliore per lasciare definitivamente la Siria. L’ unica alternativa che abbiamo è  attraversare il mare con imbarcazioni clandestine cariche di gente, a fronte di una notevole somma di denaro per ogni persona imbarcata. Con grande dolore nel cuore ma anche con la speranza di una vita migliore, decido quindi insieme ai miei cari di tentare la traversata. Arriva finalmente il giorno della partenza; saliamo in centinaia su di un grande gommone e, per quanto stiamo stretti l'uno attaccato all'altro, è difficile anche respirare. Avevo moltissima paura perché pensavo che il mare ci spedisse in un'altra direzione invece, per fortuna, era calmo. Però avevo anche il terrore di perdere la mia famiglia o proprio annegare io e morire. Dopo quasi due giorni interi di navigazione, vediamo avvicinarsi le coste dell'Italia. Giunti a terra veniamo accolti da un gruppo di persone che ci accompagnano in un Centro di Accoglienza che sarà la nostra casa per molto tempo fino a quando non troveremo una sistemazione stabile. Sono contento di trovarmi in un paese tranquillo senza guerre né devastazioni ma una parte del mio cuore rimarrà sempre legata alla terra dove sono nato, la Siria. 

 

 

IL DESIDERIO DI UNA VITA MIGLIORE

Angela

 

Sono Sana, sono appena sbarcata in Italia, dopo un lungo viaggio. Provo molte emozioni contemporaneamente. Sono sollevata, finalmente non sono più costretta a vivere quell’inferno. Forse potrò iniziare una nuova vita, potrò vivere senza la guerra e sperare in un futuro migliore, ma non so cosa esso mi riserverà. Ho tanta paura, paura di dover affrontare altri problemi o situazioni inaspettate, come sono costretta a fare da molto tempo ormai. Ho fame, sete e quasi non mi reggo in piedi. Non ho più forze, né energie, vorrei piangere, vorrei urlare, ma non ci riesco. A malapena realizzo quello che sta accadendo, non credo o forse non voglio credere a ciò che ho visto e che ho sentito, tutte quelle cose orribili non possono essere vere, ma ora sono qui e probabilmente il sogno di vivere una vita senza la guerra si sta per avverare.

Sono partita dal mio paese, la Libia, subito dopo che mio marito è morto a causa della maledetta guerra civile che c’è nel mio paese. Avevo partorito da poco in condizioni pessime, mi sentivo sola, disperata e non sapevo cosa fare. Ho deciso di partire perché non avevo più nessun motivo per restare e quando guardavo i miei tre figli negli occhi, provavo quasi un senso di colpa nei loro confronti, sentivo il dovere di proteggerli e di cercare per loro un futuro migliore, volevo che non fossero costretti a vivere quell’orrendo clima di tensione, paura, rabbia e tristezza. Sono partita con mia madre, mia sorella, mia nipote e i miei figli. Mia madre era una donna che non si è mai arresa e che non ha mai mollato di fronte a niente, ha sempre superato gli ostacoli che la vita le ha riservato. Mia sorella è cresciuta con me, tra le due è sempre stata la più speranzosa, vede solo il lato positivo delle cose e ha sempre cercato di rassicurarmi in ogni situazione. Mia nipote era una bambina dolcissima, gentile e generosa, andava molto d’accordo con i suoi cugini, i miei figli, loro stavano sempre insieme. Amir è il più grande dei miei figli, ha sette anni e ha un grande istinto protettivo, mi sorride spesso nonostante tutto e, il suo sorriso, mi dà la forza di andare avanti. Mia figlia ha tre anni, è una bambina molto bella, vivace, le piace giocare ed è sempre in movimento. Mio figlio più piccolo è nato poco prima che partissimo. Non aveva neanche due settimane di vita quando abbiamo dovuto attraversare la Libia a piedi per arrivare fino alla costa e prendere una barca. Ricordo che una sera, dopo aver camminato tutto il giorno, gli uomini armati e violenti che ci avevano condotto fino a quel punto del percorso, senza farci fermare mai e senza darci nulla da mangiare, ci avevano chiesto dei soldi per continuare ad andare avanti nel tragitto. Per fortuna noi avevamo venduto tutto quello che possedevamo e avevamo ancora dei soldi da dargli, ma molti non possedevano più nulla e sono stati abbandonati o peggio uccisi. Quando abbiamo raggiunto il mare è stato un momento magico. Non lo avevamo mai visto prima e sono rimasta incantata da quella vista. Ci hanno fatto salire in tantissimi su una piccola barca che ovviamente non era adatta a contenere così tante persone. Già alle prime ore di navigazione volevo scendere, avevo un continuo senso di nausea, poi ho scoperto che quello era l’ultimo dei problemi. Il sole calava e il mare diventava sempre più mosso. La barca iniziava a oscillare, tutti hanno cominciato ad agitarsi, si muovevano e non facevano altro che peggiorare la situazione. Il mare era davvero molto agitato, molti sono caduti in acqua. Io stringevo forte tra le mie braccia i miei figli e cercavo di stare vicina alla mia famiglia. Il giorno successivo tutti urlavano e piangevano di continuo. C’era una puzza incredibile, avevo fame e tanta paura. Il mio unico desiderio era salvare i miei figli e far sì che loro arrivassero salvi sulle coste italiane. I giorni sulla barca sono stati più o meno tutti così. L’altra notte abbiamo avvistato la terra, eravamo felici, ma era molto buio, il mare era agitato e c’era una confusione tremenda. C’è stato un guasto allo scafo nella nave, la barca ha iniziato pian piano a riempirsi d’acqua. Noi eravamo in troppi e nessuno è riuscito a prendere in mano la situazione. Tutti erano preoccupati e spaventati, abbiamo iniziato a muoverci molto e nessuno manteneva la calma, anzi. Quando è arrivata una nave in soccorso, che era leggermente più grande, tutti hanno fatto a gara a chi entrasse per primo, peggiorando la situazione. Per un attimo, nel caos, ho perso di vista i miei familiari tranne i miei figli che erano con me. Pensavo fossero andati avanti e fossero già saliti, così son salita anch’io. Non li trovavo. Li ho visti poi sull’altra barca, mia mamma era seduta, non era più in grado di alzarsi e aveva rinunciato alla sua vita, per la prima volta aveva deciso di mollare, era davvero disperata, non ero pronta a sopportare anche quel dolore. Tra le lacrime che mi hanno travolta volevo andare lì, da lei, ma la mischia non me lo ha permesso. Mia sorella è stata scaraventata appena in tempo sull’altra nave, ma la barca è affondata insieme a mia mamma e a mia nipote, che non ha voluto lasciare sua nonna. Non so descrivere la sensazione che provavo e che provo. E’ stato uno dei momenti più brutti della mia vita e lo ricorderò per sempre. Mia sorella è disperata, sta affrontando il dolore più grande per una madre: la perdita di un figlio. Le sono stata vicina e continuerò a farlo. Noi, invece, ora abbiamo ricevuto del cibo e delle coperte. La nave ci ha portati fino alle coste italiane e ora sono qui, una parte di me è morta la scorsa notte, ma ce n’è un’altra che è felice perché i miei figli sono salvi. Non so cosa accadrà, ma almeno ora sono seduta su una sedia, sto mangiando e non ho più freddo. I miei figli sono stati accolti bene e spero che questo per loro non sia un arrivo, ma l’inizio di una vita felice in un paese dove regna la pace.

 

 

 

TIMMY E L’IMMIGRAZIONE

Sebastian

Io sono Timmy e abitavo in un paese povero dell’Africa, ero felice ma i miei genitori decisero di andare via dal paese dopo tanto pensare, mi sentivo male all’idea di abbandonare i nonni, anche se non volevamo lasciarli da soli. Alla fine decidemmo di andarcene e li seguii ignorando il possibile pericolo. Io e i miei genitori partimmo per un altro paese per trovare fortuna, anche se avevo un po’ paura di andare con loro; per arrivare all’imbarcazione più vicina avremmo dovuto camminare per kilometri e kilometri, avremmo dovuto attraversare la savana e il deserto. Durante questo viaggio, purtroppo, mio padre morì attaccato dagli animali selvaggi, avevo paura, mi sentivo triste, ma se io mi sentivo così la mamma si poteva sentire ancora peggio, perciò decisi di fare l’uomo della famiglia e, prendendo coraggio, attraversammo il deserto e arrivammo al punto di imbarcazione dove vidi per l’ultima volta mia madre perché ci divisero in imbarcazioni diverse per non superare il peso del carico massimo, nonostante fosse già più che superato.

Dopo ore e ore di viaggio finalmente arrivammo a destinazione, mi sentivo stanco, affamato e nervoso, stavo ancora pensando dove fosse mia madre. Mi affidarono ad un orfanotrofio, essendo ancora minorenne, ancora oggi mi chiedo se mia madre sia ancora viva, tutt’ora sento qualcosa che mi manca.

 

 

LA VITA DI KALIFAH

Cristian P.

Kalifah è un ragazzo di 15 anni che abita ad Abuja in Nigeria. Vive insieme ai suoi sei fratelli in una casa di legno; lui è il più grande ed è seduto sulla soglia della porta con le mani tese per chiedere elemosina: per la strada urla e grida, la maggior parte delle persone non ha soldi a sufficienza, in molti sembrano avere fame. Improvvisamente un una macchina passa davanti ai suoi occhi e molta è la gente che bussa sul vetro dell’auto per chiedere aiuto. In quell’istante tutto il chiasso sparisce nella mente di Kalifah e promette a se stesso che un giorno avrebbe anche lui comprato quella macchina. Il richiamo del fratello più piccolo lo riporta alla realtà: entra in casa, c’è Aly che si lamenta perché ha fame. Arrivano i genitori con del pane. Tutti seduti in cerchio se lo dividono. Kalifah chiede ai genitori i soldi per il grande viaggio ma il padre scoppia in una risata e dice che per partire servirebbero troppi soldi per tutti loro. Dal giorno dopo Kalifah mette da parte ogni singolo soldo che guadagna e dopo un anno decide di partire per l’Italia perché le persone del posto ne parlavano molto bene. Una mattina si sveglia all’alba e corre fino alla stazione dei pullman che portano ai confini con la Libia. Il viaggio è molto duro, circa cinque settimane, con carenza di cibo e acqua. Attraversando il Niger, una notte, si fermano per dormire. Delle persone entrano armate si avvicinano al pullman caricandoli dentro dei camion e portandoli in una casa dove c’erano tante altre persone sequestrate. Una lettera arriva a casa dei genitori di Kalifah: se avessero voluto rivedere il figlio, avrebbero dovuto pagare una somma di denaro. Tutti i risparmi dei genitori vengono destinati ai rapinatori e di conseguenza Kalifah viene liberato. Fa un tratto a piedi, privo di forze, e ritorna al pullman. Le chiavi sono attaccate, Kalifah si guarda intorno non c’è nessuno e quindi prova a metterlo in moto. All’inizio ha un pò di difficolta ma riesce ad arrivare in Libia dove prenota il barcone e dopo tre giorni parte. Sono circa 70 persone su un barcone: bambini, donne e uomini e in molti fanno fatica a stare seduti. Fa molto caldo e Kalifah vede solo mare intorno a lui, perde la condizione del tempo, si sente male e sviene. Le persone più vicine a lui provano a buttarlo in mare per guadagnare un pò di posto ma si risveglia e si rannicchia in un angolo del barcone. È notte e il mare è molto agitato, Kalifah quasi si pente di essere partito. In lontananza vede una luce, poi un'altra, sembra la terra ferma, improvvisamente si sente pieno di energia e è quasi arrivato in Italia. Arrivato vicino alla costa, una grande nave si avvicina al gommone e dei soccorritori li aiutano a salire. I primi anni in Italia per lui non sono stati molto facili, è stato difficile apprendere la lingua e trovare lavoro ma, grazie alla sua determinazione, è riuscito a laurearsi e diventare ambasciatore nigeriano a Roma. Dopo un paio di anni decide di ritornare in Nigeria dove la vita peggiorava sempre di più. Una sera bussò alla porta di casa dei suoi genitori con una rosa per la mamma e una macchina per il papà che si ricordava di quando suo figlio, a seguito della vista della prima macchina, aveva deciso di cambiare vita e di comprarsene una e cosi fu. Il padre scoppiò a piangere.

 

 

ONDATE DI PAURA

Ilaria

Il sole mi bruciava la pelle del viso, le labbra e le palpebre degli occhi. Un bruciore così terribile che pensavo la pelle si sarebbe strappata come stoffa vecchia e che gli occhi si sarebbero sciolti come cera. Immaginai una candela che si discioglie con il calore della fiamma, così si sarebbe liquefatta la mia faccia. Il sudore sulla fronte mi colava negli occhi facendoli bruciare come fosse benzina. Non riuscivo ad aprirli ma sapevo che l’unica cosa che avrei visto sarebbe stata la palla di fuoco. Il sole mi stava ustionando. Sarei morta sciolta dal sole, distesa sul fondo del gommone, in mezzo al mare. Sollevare le palpebre bruciate da giorni di sole mi dava un dolore insopportabile. Mi veniva da piangere ma sapevo che le lacrime sarebbero state lava sulle guance. Non potevo piangere, non potevo muovermi perché con me sul gommone c’erano tante altre persone ammassate che soffrivano per il caldo, per la sete e per la fame proprio come soffrivo io. Le sentivo lamentarsi, altri corpi caldi e sudati addosso a me. Avevo un braccio schiacciato sotto la schiena di qualcuno, forse un uomo mi stava seduto sui piedi perché non riuscivo a muoverli. Ero sicura che mentre dormivo qualcuno mi aveva frugato nelle tasche dei pantaloni ma non aveva trovato nulla di prezioso. Ero partita quattro giorni prima, o forse ne erano passati di più, non ricordavo da quanto tempo ero su quel gommone. Ero partita a notte fonda, quando scappando con mio padre, mi ero accorta che una notte senza luna fa davvero paura. Mio padre mi aveva accompagnata sulla spiaggia, aveva pagato lo scafista e poi mi aveva dato un bacio sulla fronte prima di correre via, a casa, dove mia madre piangeva per la mia fuga. Lei era incinta e non poteva affrontare un viaggio su un gommone, sotto al sole per tanti giorni. Mi avrebbero raggiunto in Italia appena possibile. Scappavo dal mio paese dove le donne sono costrette a sposarsi già a dodici anni, non sono libere di scegliere nulla e non possono nemmeno andare a scuola. In Italia invece avrei studiato e scelto il marito che volevo. In Italia viveva già mio fratello. Era scappato dal nostro paese per non andare in guerra. Lui mi aspettava in Sicilia, o forse in un altro posto. Non ricordavo quasi più nulla, il sole mi aveva bruciato la memoria. Anche la gola bruciava. Avevo sete, molta sete ma non avevamo acqua perché il viaggio doveva durare solo poche ore, così ci avevano detto. All’alba avremmo dovuto vedere la Sicilia, invece stavamo in mare da giorni, il motore del gommone si era sotto e tutti noi saremmo morti di sete.

 

 

VIAGGIO PER ROMA

Francesco

Mi chiamo Karim, ho 23 anni e vengo dal Senegal. Da quando ho 10 anni il mio paese è entrato in guerra. Da quel giorno la guerra non ha lasciato le strade della regione in cui vivevo. Ogni giorno mi sentivo svenire, a causa delle condizioni in cui viveva la mia famiglia non poteva portarmi all’ospedale. Mi mancava il respiro e quel giorno capii il perché.

Sono nato senza il diaframma, il muscolo che permette di respirare ed espirare

correttamente. Avrei dovuto sottopormi a terapie, curarmi, essere seguito da un medico, ma nel mio paese il sistema sanitario non garantiva queste cure, nessuno era in grado di aiutarmi. Intanto il conflitto continuava e tutti noi, anche chi non faceva parte di un gruppo politico o militare, avrebbe dovuto armarsi e combattere. Io non volevo. Così, col tempo, mettendo da parte dei soldi, coltivando in dei campi, ho deciso di iniziare il viaggio per scappare dal mio paese, alla ricerca di protezione, di pace e di una vita migliore.

Anche se la mia paura più grande era lasciare la mia famiglia e i miei amici, speravo di aiutare anche loro. Partii salutando la mia famiglia con tristezza e vidi mia madre con gli occhi in lacrime per la mia partenza pur non dicendomi nulla. Così salii su un aereo con destinazione Roma. L’aereo era grandissimo e dal finestrino vedevo il mio paese diventare sempre più piccolo e mi prese un nodo alla gola. Ma ero convinto della mia decisione e proprio per me e per loro dovevo farcela. Il viaggio era così tranquillo che mi addormentai.

Al mio risveglio mi accorsi che poco distante da me c’era un ragazzo che sembrava stare nelle mie stesse condizioni, così mi avvicinai e gli chiesi da dove veniva. Lui un po' intimorito mi rispose e, parlando, scoprimmo di fare il viaggio per lo stesso motivo ma con due provenienze diverse. Infine decidemmo di fare questa avventura insieme. Arrivammo a Roma e, dopo vari controlli, riuscimmo a passare senza nessun problema. Usciti dall’aeroporto ci iniziammo a cercare lavoro ma senza successo. Per cercare di guadagnare qualche soldo chiedevamo l’elemosina ai semafori, e visto non avevamo un

posto dove dormire ci sdraiavamo su delle panchine. Un pomeriggio mentre chiedevamo l’elemosina una macchina si fermò e ci chiese se volessimo un lavoro, ma c’era posto solo per uno di noi, così scelse il mio amico e a malincuore ci dividemmo. Io passai dei giorni in solitudine sentendo sempre di più la mancanza dei miei cari. Non seppi più niente del mio amico. Poi un giorno al solito semaforo aiutai una signora anziana in difficoltà ad attraversare la strada. Lei, vedendomi magro e infreddolito, mi fece una proposta: quella di badare a lei, perché sola come me, in cambio di soldi e alloggio. Così finalmente riuscii a integrarmi nella città. Dopo un po' di tempo purtroppo la signora morì e scoprii che aveva lasciato una lettera dove scriveva che io le avevo fatto dimenticare la solitudine, lasciandomi tutta l’eredità. Così riuscii a curarmi e a far trasferire la mia famiglia a Roma.

Continuai il mio lavoro da badante tramite il mio dottore, che conosceva alcune persone anziane, mia madre fece la donna di casa e finalmente si riposò, mio padre andò a lavorare in una fabbrica e mio fratello continuò a studiare.

 

 

LA RINASCITA DI AISHA

Silvia

 

Sono Aisha una ragazza siriana che vive praticamente da sempre la condizione della guerra civile in Siria con dimostrazioni pubbliche contro il governo centrale e gli scontri violenti, sempre aperti, tra le truppe governative e i ribelli.

Sono anni ormai che ci sono attacchi anche alle strutture civili e siamo soprattutto noi ragazzi e bambini a pagarne le conseguenze. Io ho compiuto 16 anni da poco e abito proprio in una zona di conflitto, precisamente ad Aleppo. La vita non è certo delle migliori. Tutti qui hanno un lavoro umile e vivono in condizioni molto difficili con la paura quotidiana di morire sotto qualche attacco. Anch’io faccio dei piccoli lavoretti e con la mia famiglia stiamo cercando in tutti i modi di risparmiare e trovare un mezzo per fuggire finalmente da tutto questo orrore. 

Mia zia ultimamente e’ riuscita, dopo molte peripezie, a farci ottenere un posto su una nave che partirà presto dalle coste ovest della Siria, navigando nel Mediterraneo per arrivare, speriamo sani e salvi, prima a Lampedusa e poi da lì con qualche mezzo di fortuna finalmente a Londra dove potrò realizzare tutti i miei sogni. 

Domani partiremo e, da quello che ho capito, la nave non sarà molto grande e ci saranno molte altre persone con noi e che come noi sognano una vita migliore. Magari conoscerò nuovi amici. Ho già tutto pronto dentro una piccola borsa ricavata da pezzi di stoffa che ho cucito io con ago e filo. Domani sarà la giornata più bella della mia vita.

Dal mio paese alle coste ci vuole un bel po’ per arrivare quindi già alle primissime ore dell’alba siamo in cammino. Arrivati alla nave ci accorgiamo che è molto più piccola di come ce la immaginavamo e che le persone sono davvero tante forse troppe, ma io non gli do molta importanza perché l’emozione di una nuova vita prevale su ogni cosa. Molti di loro però sembrano impauriti, alcuni li vedo piangere, altri cercano di divincolarsi per riuscire a prendere un posto migliore. 

Tra di loro c’è una bambina con lo sguardo perso e preoccupato. Mi avvicino e mi dice di chiamarsi Azzurra. Ha solo otto anni e non trova più i suoi genitori e, scoppiando a piangere, mi chiede di aiutarla. Io la tranquillizzo dicendo che sicuramente stavano giocando a nascondino e che da qualche parte li avremmo ritrovati. 

Così proviamo a cercarli ma ci sono troppe persone e la nave ondeggia così forte che a volte è difficile rimanere in piedi o non cadere in mare dalle balconate. A un certo punto vedo una ragazza e le chiedo se avesse per caso intravisto due persone descrivendole il loro aspetto fisico riportatomi da Azzurra e lei mi risponde che li aveva visti in mare, erano caduti poco prima e che probabilmente ormai erano affogati visto che nessuno li aveva potuti aiutare. Non potendolo dire alla piccola Azzurra preferisco mentirle e dirle che si erano nascosti talmente bene che sarebbe stato difficile ritrovarli ma che alla fine ce l’avremo fatta. Lei mi sorride e mi abbraccia.

Saranno passate forse un paio di ore da quando siamo partiti e nel mentre tengo compagnia e gioco con Azzurra cerco con lo sguardo mio padre e mia madre che da una mezz’ora non vedo più. Non voglio neanche pensare che sia successo loro qualcosa o addirittura abbiano fatto la stessa fine dei genitori della bambina. Poi li intravedo e cerco di farmi spazio tra la massa di gente con Azzurra, nel frattempo la nave ondeggia ancora più forte di prima e tutto ad un tratto non riesco a vederli più. Che siano caduti in mare anche loro? Purtroppo è proprio così e allora inizio ad urlare e a piangere. Azzurra mi abbraccia e mi chiede cosa sia successo ma io non le voglio rispondere e non ho neanche la forza di farlo e quindi mi limito ad abbracciarla forte ora eravamo solo noi due e dovevamo farci coraggio insieme svelando a questo punto anche a lei la vera fine dei genitori. Scoppia in un pianto disperato ma riesco in qualche modo a calmarla e a farle capire che io e lei ora resteremo sempre insieme e ci faremo forza. 

Finalmente la prima parte dell’incubo è finito e siamo arrivate sulle coste di Lampedusa. In lontananza vedo un viso a me famigliare. È mia zia!!! Non mi sembra vero! Purtroppo molte persone non ce l’hanno fatta come i nostri genitori e ripensandoci le lacrime riprendono a scendere forte senza riuscire a fermarle e penso ad Azzurra, a lei ancora più piccola di me. Mia zia ci viene incontro e mi stringe così forte da togliermi il respiro. Sa già cosa è accaduto a mamma e papà ma non dice nulla per non aumentare il dolore che in questo momento provo e perché c’è ancora molta strada da fare prima di arrivare finalmente a Londra ma lei per fortuna è riuscita a fare, a questo punto, tutte le cose in regola con l’aiuto di brave persone e quindi da qui in poi, è tutto più semplice. Ho la speranza, in cuor mio, che anche se in un’altra nazione, io e Azzurra verremo accettate e accolte bene dalle persone del posto.

 

 

IL VIAGGIO INASPETTATO

Giulia S.

Era il 13 luglio di tre anni fa. Una mattina come tutte le altre una mamma di nome Chloe e il suo bambino Daniel si svegliarono alle 7:00 di mattina. Era un giorno brutto e scombussolato soprattutto per la mamma perchè il bambino non sapeva nulla. Dovevano andare su di una piccola barca partendo dall'Africa a l'Italia per migrare. Non disponevano nè di cibo nè di acqua ed era un viaggio molto lungo da affrontare, soprattutto se devi viaggiare via mare con una barca. La mamma, mentre si preparava insieme al bambino, gli disse che dovevano partire, perchè lei aveva perso il lavoro, ma non era la verità. La verità era che in Africa non c'era tanta possibilità di lavoro e di un futuro per il bambino e quindi dovevano migrare in Italia. Dopo lunghe ore di viaggio in macchina, arrivarono al molo, dove li aspettava la barca per partire. Erano le ore 15:30 del pomeriggio e si imbarcarono, ma prima vennero muniti di salvagenti. Il viaggio lungo kilometri e kilometri era molto stancante. I giorni passavano velocemente e i due non vedevano l'ora di arrivare in Italia. La mamma a volte copriva gli occhi al bambino perchè c'erano persone che non resistevano e si uccidevano oppure si buttavano in mare. Durante il viaggio la mamma e suo figlio riscontrarono molti problemi: la mancanza di cibo e di acqua per sopravvivere al viaggio, le condizioni climatiche, perchè, di mattina faceva molto caldo e si bagnavano con l'acqua del mare, e di notte, dato che faceva freddo, la mamma prestava sempre il suo giubbotto al figlio, per non fargli prendere freddo. Ma arrivò il giorno dove la madre ebbe un forte mal di testa e il raffreddore. Ovviamente con sè non aveva medicinali e quindi non c'era modo per curarsi. L'ansia e la paura del figlio e della madre saliva ogni giorno di più, soprattutto il bambino era preoccupato per sua madre che magari non ce la poteva fare. Man mano che i giorni passavano la mamma stava sempre peggio e il figlio era triste, fino a che un giorno si prese una polmonite e fu un colpo basso per entrambi perchè alla fine del viaggio mancavano ancora due settimane e la madre non avrebbe resistito per così tanto tempo. Fu così che il giorno 13 giugno la madre morì e il bambino rimase solo. Più i giorni passavano e più il ricordo della madre si faceva più vivo. Gli mancava tanto e non si sarebbe mai aspettato una cosa del genere. Daniel di notte in barca si copriva con il giubbotto della madre e faceva sempre una preghierina. Dopo che furono passate le due settimane e il bambino era oramai rimasto orfano, appena arrivò in Italia venne accolto da una famiglia molto gentile. Passarono molti anni e ormai Daniel si sposò e formò una famiglia, trovandosi un lavoro e questo lo rese molto felice e pensava che se ci fosse stata sua madre sarebbe stata molto felice di lui e dei suoi progressi. Il ricordo della madre non svanì.

 

 

IL VIAGGIO DI ESMERALDA

Nicole

Ciao sono Esmeralda, sono una ragazza di 15 anni e vivo in Africa, nel mio paese c’è la guerra e io, essendo una ragazza molto studiosa, sono la migliore della classe. Ma nella mia scuola non si studia molto, così ho deciso di partire per l’Italia, oggi parto, ci siamo io e mio fratello, il gommone è pronto a partire, entrambi abbiamo le pagelle con tutti 9 e 10. Siamo sulla nave e sono passati tre giorni da quando siamo partiti, durante il viaggio stiamo avendo molto freddo, provo a scaldare il mio fratellino più piccolo, Jake  ma con scarsi risultati. Siamo al quinto giorno di viaggio e siamo meno persone, alcune sono scese dal gommone perché degli uomini con una giacca di pelle nera le hanno fatte scendere ma non sono riuscita bene a vedere l'altro gommone, io e Jake stiamo aspettando di scendere.  Un uomo con una lunga giacca di pelle nera vuole portare via Jake su un'altra nave, io non capisco perché… sì qui fa freddo ma senza di me avrebbe paura. Ora sono sola non ho nessuno con cui parlare, e nessuno a cui a dare affetto, le persone continuano a piangere e a urlare, non so perché, adesso una nave ci è venuta addosso, chissà magari Jake è lì sopra… ma ci spingono sempre di più. CAVOLO! Il gommone è sottosopra!! Siamo tutti in acqua, io non trovo Jake, spero che stia bene, non vedo l’ora di abbracciarlo e vederlo giocare con altri bambini della sua età sperando che non lo trattino male.

Questo è quello che pensavo da ragazza… ora che ho 27 anni so che mia madre non riusciva a pagare il viaggio per entrambi e, a mia insaputa, lo avevano lasciato lì in acqua… da solo… al freddo e al gelo… il mio rimorso più grande? Non averlo salvato. Io pensavo che lo avrebbero trasferito su un altro gommone più grande di questo ma non fu così.

Oggi faccio la scrittrice dopo tre lunghi anni di studio avendo superato tutti gli esami a pieni voti senza doverlo mai ripetere.  Quello che non capisco è come possano quelle persone aver buttato un bambino di 10 anni, al freddo senza salvagente, da solo a morire, spero che quelle persone abbiano quello che meritano. Speravo di poter venire a vedere la lapide del mio fratellino, ma a causa di quei uomini senza cuore non ho potuto farlo.